IL PESTELLO DI LEGNO – A cosa serviva?

di Teresio Bianchessi

Quanti di noi sono capaci di ricordare e descrivere con precisione gli oggetti sparsi per casa, credo sia un test davvero difficile anche se a volte è piacevole fare la conta, curiosare ed è quello che ho fatto, complice il cattivo tempo, imbattendomi in un pestello non di marmo come quello del pesto, bensì  di legno da sempre in bella mostra nelle case che ho abitato, oggetto ultracentenario provenendo dalla casa paterna.

Il mio sforzo, quindi, in questo caso è stato solo ricordare l’uso, di lui sapevo che serviva per pestare il sale grosso e null’altro, allora l’ho fotografato e girata la mia curiosità ad AI che l’ha definito: “Pestello utilizzato per frantumare oltre al sale anche spezie, nocciole, mandorle”.

Il responso non mi ha del tutto soddisfatto così ho pensato che era meglio interpellare altra intelligenza, quella di Maggiorina, mia cugina ultranovantenne che ancora vive in campagna e che senza esitazioni mi ha illuminato sul suo concreto utilizzo: “Serviva per pestare il sale e le spezie necessarie per fare ottimi salami”.

Riattacco, ringrazio la cugina e inizio un viaggio all’indietro quando il maiale era una delle fondamentali fonti alimentari delle famiglie contadine che, proprio per la loro sopravvivenza, sacrificavano la povera bestia in questi giorni freddi dell’inverno.

L’atto cruento veniva risparmiato a noi bambini anche se quelli che avevano sonno leggero, io ero fra questi,  alle primissime luci del giorno, sentendo gli stridi della povera bestia, si tappavano le orecchie, si infilavano impauriti sotto le trapunte e solo più tardi, davanti alla tazza fumante di latte rimuovevano il brutto ricordo, ritrovando viceversa giù dabbasso un’atmosfera indaffarata, festosa che coinvolgeva tutta la famiglia nell’assistenza al “masadùr”  letteralmente “l’uccisore” colui che, se abile, sacrificava l’animale con la minor sofferenza possibile e sapeva dividere magistralmente le parti nelle ceste: lardo, braciole, musetto, zampe, ma soprattutto scegliere i giusti impasti per cotechini, salami, coppa, pancetta ammonticchiando nell’ultima cesta, la più grossa, le ossa che avrebbero insaporito per oltre un mese povere minestre e data l’illusione di rosicchiare carne.

Il pestello, eccolo il pestello, spesso nelle mani delle bambine più grandicelle che, sotto il controllo della mamma,  si divertivano a “pestare” sale e spezie sentendosi grandi e partecipi; capitava che il sale grosso finisse, allora bisognava correre a prenderne altro e questo era compito di noi ragazzi. Ricordo toccò anche a me così corsi più veloce che potevo dalla tabaccaia che era una burlona e quella volta, seria, mi disse che sì ne aveva ancora, ma era un po’ dolce: “Torna a casa e chiedi se va bene lo stesso…”; di corsa indietro per scoprire l’imbroglio, il gioco, la sana burla di quei  tempi senza televisione: “Sì, sì –mi disse al “masadur” –  dille che sì per questa volta  va bene, ma che non succeda più”; di nuovo in tabaccheria servito con un “Sei stato veloce, toh prendi…” ricevendo, sorpreso, insieme al sale,anche una caramella.

Quella faticosissima giornata terminava con la cesta delle ossa appesa nella stanza “bassa”, la più fredda, al riparo da gatti e topi, con le olle di grasso che avrebbero garantito il condimento per tutto l’anno, sempre nelle olle le gustose braciole ricoperte proprio dal grasso appena colato, da ultimo i salami che venivano appesi alle travi laterali della  camera da letto perché dovevano asciugare.

A quei tempi, le altre fonti alimentari delle famiglie contadine erano la stalla per il latte, il pollaio per carne bianca e uova, infine l’orto per le verdure.

Tempo lontano, svanito, una vita che scorreva in armonia con il creato.

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