La violenza sessuale rappresenta una delle più gravi violazioni dell’integrità delle persone ed è diventato un problema sociale che colpisce vittime di ogni età, genere e provenienza. È un problema molto complesso, spesso sottostimato, ma che merita di essere affrontato seriamente. La violenza sessuale non è solo un fatto individuale ma una questione culturale e strutturale, radicata in dinamiche di potere e disparità di genere.
Recentemente, un episodio di violenza sessuale ha attirato l’attenzione dei media: un magistrato è stato accusato di aver usato violenza sessuale nei confronti di una sua praticante. Questo caso, purtroppo, non è un evento isolato. La violenza sessuale può manifestarsi in contesti inaspettati, dove si presume ci sia rispetto delle norme e della dignità umana. Tuttavia, la relazione di potere tra un magistrato e una praticante crea una situazione particolarmente vulnerabile per quest’ultima, evidenziando un’abuso di autorità che è inaccettabile.
Ciò che colpisce in questi casi è la reazione della gente. Sarebbe normale aspettarsi un’ondata di indignazione e stupore ma, a volte, sembra ci sia una certa rassegnazione o addirittura indifferenza.
La violenza sessuale spesso viene considerata un fenomeno relegato a certi ambienti e quindi si stenta ad accettare che può accadere in qualsiasi settore, anche in quelli più rispettabili e questo contribuisce a minimizzare la gravità della questione.
Purtroppo, spesso siamo influenzati da stereotipi che minimizzano le esperienze delle vittime e giustificano il comportamento degli autori di tali atti. In questi casi si ha la tendenza, sbagliando, a dare la colpa di quanto successo alla vittima, colpevole di essersi cacciata nei guai!
Gli ambienti di lavoro, specialmente quelli di potere come nel campo della magistratura, spesso possiedono meccanismi di protezione che favoriscono la silenziosa complicità tra colleghi, impedendo alle vittime di denunciare abusi alimentando così la cultura dell’impunità.
Se vogliamo una società più giusta e più sicura dobbiamo affrontare tutte le violenze in modo fermo, senza tentennamenti o pietismi perché ogni atto di violenza contro un individuo è un atto contro la società e solo difendendo il singolo in ogni modo e in ogni tempo, riusciremo a proteggere la società da atti che non dobbiamo avere remore nel definire atti criminali. Un proverbio calabrese recita: il medico pietoso (nel senso che aveva paura di provocare dolore) fece morire il paziente!
È basilare che la società non solo riconosca la gravità di tali eventi, ma che si mobiliti per combattere la cultura del silenzio e dell’impunità. Non ci sono e non devono esserci attenuanti per chi usa la violenza, soprattutto se nel farlo abusa della sua posizione di superiorità per ottenere ciò che non avrebbe ottenuto in altro modo!
Un approccio collettivo e consapevole può contribuire a cambiare la narrativa, trasformando la rassegnazione in azione e indignazione in supporto attivo. È giunto il momento di dire basta alla violenza di genere, in tutte le sue forme, e di rendere la giustizia un valore imprescindibile per tutti e tutte.




