di EB
L’evoluzione dei mezzi di comunicazione è stata costellata di rivoluzioni: dalle incisioni rupestri fino alla stampa a caratteri mobili di Gutenberg, passando per il telegrafo e la radio, fino all’avvento di Internet e degli smartphone. Ogni evoluzione ha ampliato le nostre possibilità comunicative, trasformando la società: oggi bastano pochi istanti e un “tap” sullo schermo per rendere pubblica qualsiasi informazione. Tuttavia, con questo slancio esponenziale siamo anche entrati in un territorio di complessità e di rischi spesso sottovalutati.
Il primo tentativo di contenimento viene quasi sempre dalla politica: si convocano commissioni, si elaborano proposte di legge sul contrasto alle fake news, sulla tutela della privacy digitale e sulla regolamentazione dei discorsi d’odio. Un quadro normativo più solido è indubbiamente utile, ma è illusorio pensare che basti un articolo di legge o un emendamento a garantire un uso corretto delle tecnologie. Le leggi scandiscono limiti e sanzioni, ma non colmano il divario culturale che ci separa dalla consapevolezza necessaria all’utilizzo responsabile delle TIC. Laddove la libertà di espressione rimane formale, nella pratica online spesso equivale a un’esposizione a campagne di delegittimazione, minacce e cyber-bullismo, che paralizzano il cittadino nell’ esercizio dei propri diritti e della propria libertà di espressione.
Sul fronte più visibile, i social network e gli smartphone hanno rivoluzionato il concetto stesso di “pubblico” e “privato”. Con la facilità di uno swipe, un contenuto può diventare virale in pochi minuti, sfuggendo al controllo di chi lo ha pubblicato. Purtroppo i social network e le varie app di comunicazione premiano l’emotività, amplificano la polarizzazione e favoriscono la disinformazione: dal gioiello di tecnologia che erano, sono ormai diventati un problema societario da non sottovalutare. Tutto ciò a causa del loro uso scorretto. Per imprese e professionisti, l’effetto boomerang è dietro l’angolo: commenti ostili, pubblicazione di informazioni riservate, recensioni false e campagne denigratorie rivolte alla persona spingono molti a spostare il proprio funnel di marketing su canali alternativi – newsletter, community chiuse o blog personali – pur di mantenere il controllo del contesto comunicativo. Un altro aspetto critico riguarda l’abuso sempre più diffuso dei dati di produzione nel settore IT: a causa di attacchi cybernetici sempre più sofisticati, registri di transazioni e informazioni sensibili vengono rubati da malintenzionati e ripubblicati sul darkweb.
In altri casi il personale interno o terze parti non autorizzate vengono a conoscenza di informazioni sensibili: questo è un tema fondamentale in quanto il fatto di “sapere” mette automaticamente il personale davanti a dei potenziali rischi. L’etica professionale ed il rispetto delle leggi vigenti in questo ambito è di vitale importanza. A difetto di ciò i dati personali di milioni di persone – in diversi ambiti della vita privata – possono venire utilizzati per scopi diversi da quelli per cui sono stati raccolti.
In questo ambito la tecnica è un altro aspetto di importanza capitale: utilizzo di banche dati di sviluppo e test anonimizzate, algoritmi di cryptaggio e di anti-tampering, policies interne di cybersecurity e trattamento dati rigorose sono fra gli strumenti che danno risultati ottimali nel proteggere i dati degli utenti – nonché le aziende stesse – dai rischi di data leak e dalle relative conseguenze. Tornando invece al discorso legato ai social network ed alle applicazioni social dell’era digitale, per mitigare le conseguenze negative dell’uso scorretto di tali strumenti servono strategie sia individuali sia collettive. A livello personale, è fondamentale praticare una netiquette consapevole: riflettere prima di condividere, ponderare il contesto e soppesare possibili fraintendimenti (anche se, in battuta finale, qualsiasi cosa può venire interpretata a piacimento, ed è anche spesso ciò che succede). In azienda, è utile diversificare i canali di comunicazione, puntando su spazi controllati e moderati.
Sul piano istituzionale, va promossa l’educazione digitale fin dalle scuole: alfabetizzazione ai media, nonché corsi su privacy e sicurezza informatica. L’ambiente politico sta finalmente andando nella giusta direzione: dall’aver introdotto il reato di stalking nel Codice Penale all’emanazione della Legge sulla Protezione dei Dati (LPD), che chiarisce in modo inequivocabile i diritti e i doveri relativi alla gestione delle informazioni personali da parte di aziende e privati.
Il settore dell’educazione pubblica incentiva sempre più l’uso consapevole delle tecnologie attraverso lezioni di formazione e campagne di sensibilizzazione, ma è fondamentale che anche le famiglie e le istituzioni si impegnino a promuovere una cultura della responsabilità digitale.
In definitiva: serve un cambio di paradigma culturale, in cui ogni utente diventi guardiano del proprio spazio digitale. Solo così potremo sfruttare al meglio il potenziale dei social, degli smartphone e delle nuove tecnologie in ambito professionale, restituendo loro quella funzione di strumento al servizio dell’uomo – anziché un campo di battaglia delle nostre peggiori inclinazioni oscure.
Disclaimer: ogni interpretazione o riferimento involontario è da ritenersi puramente casuale. Questo articolo è semplicemente un tentativo di divulgazione informativa a scopo di sensibilizzazione pubblica




