116 anni fa … il maltempo colpiva il Moesano come ai giorni nostri

Riprendo dall’ormai vecchio ilmoesano.ch un articolo del nostro illustre storico Cesare Santi che così scriveva a proposito del maltempo che aveva infuriato sul nostro territorio:

Sul settimanale Il San Bernardino di sabato 5 settembre 1908 la cronaca regionale della trascorsa settimana la compendio nel modo seguente.
Si comincia su un’intera pagina con la descrizione del grande nubifragio che si è scatenato alla fine di agosto, causando grandissimi danni. Il titolo dell’articolo è Lo spavento e i danni del maltempo. Ecco un sintetico estratto da detto articolo.
Il ciclone ha corso dal lago Maggiore alle basi del Rheinwaldhorn: è stato furioso e spaventevole; ha gettato la desolazione, lo sterminio e anche la morte nelle pacifiche popolazioni delle valli alpine comprese in questa zona. Sulla Calanca e sulla Mesolcina le acque torrenziali incominciarono a rovesciarsi venerdì notte [29 agosto 1908]. Da un secolo circa [ma è errato se solo si pon mente alla grande alluvione del 27 agosto 1834] non è più corso sui nostri paeselli tanto spavento e tanto pericolo. Piovve ininterrottamente anche tutto il sabato, poi tutta la notte su domenica ancora. Grandi cateratte d’acqua rovesciatesi dal cielo biancheggiavano sui dirupi della montagna, da ogni valloncello, da ogni anfratto torrenti improvvisati sbucavano sonando furiosamente sulla valle; terriccio, ciottoli, ceppi, tronchi d’albero ingombravano le vie e lo stradale e ingrossarono la possa della Calancasca. Seguono poi le situazioni nelle diverse località.
A Rossa l’acqua circondò il villaggio e il fiume circondò il bel ponte e parve averlo distrutto.
Cauco, come altri villaggi, ebbe strade invase e distrutte, ponti divorati.
In Arvigo parecchie pile di legname d’opera furono rapinate dalle acque. L’enorme massa d’acqua della Calancasca fece le sue maggiori rovine dove, sbucando a valle entra nella Moesa: il fiume è serrato in basso da forre granitiche che lo incatenano; la parete destra della montagna scende a picco; il versante sinistro è fatalmente celebre; le rocce vestite di terreno argilloso cretaceo friabile. E Pisella è la montagna delle frane.
A Roveredo già fin dalle nove di domenica la ferrovia sospese le sue corse, furono allarmati i pompieri, si suonarono le campane a stormo. Le campagne di Vera e Sant’Antonio si videro superare e rompere gli argini. Il ponte della ferrovia fu quasi sepolto e parve far da diga; i ripari di Vera furono sventrati.
Grono fu la più minacciata: le acque tentarono di continuare la loro corsa sulla conceria Tognola e su parte del villaggio, ma il vecchio riparo fece ancora ottima prova. Verso sera metà del villaggio venne fatto sgomberare e la gente si rifugiò verso Leggia.
E la giornata del 30 agosto resterà memoranda anche per Soazza. A Verbi il riale uscì dal letto e attraversò la strada cantonale impedendo per due giorni qualsiasi passaggio. A Drés un altro riale asportò il terrapieno della ferrovia. Le acque portarono via un pilone del ponte di ferro, lasciandolo sospeso; altri pilastri furono rovinati al ponte dal Sasso; in località Vigna levò le fondamenta a 50 metri della linea ferroviaria, asportando un muro in calce. Ci vorrà più di un mese prima che tutto sia riparato.
A Mesocco fu asportato il ponte di Cebbia, mentre resistette quello di San Rocco.
Lunedì mattina tornò a risplendere il sole e si cominciò a valutare i danni, con l’intervento degli ingegneri cantonali e federali. Il preventivo sommario delle spese per riparare i grandi danni fu stimato ad almeno 400’000 franchi. Ovviamente nella pagina intera la descrizione della catastrofe è molto più dettagliata.

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