IN RICORDO DI MARILENA BERTOSSA

La Nena (la Mari come la chiamavano all’ asilo) era una persona speciale. Dirlo ora può sembrare scontata retorica. Eppure, l’eredità che ci lascia è grande.

Ultimamente, mi diceva di farmi mandare in pensione prima del tempo, almeno sarei potuto venirla a trovare più spesso. In vero, le siamo sempre stati vicini. Evidentemente, per chi è costretto a stare a casa, bloccato dalla malattia e dall’infermità, le giornate, le settimane possono essere lunghe. Finalmente, sono andato in pensione. Glielo dissi.   

-Te se content?  

-Si som content!  

-Adess va pe miga, dent e fora di bètol, a tiraa bianc.  

Una frase sibillina eppure divertente, come sapeva essere lei.

La Nena l’ho sempre ammirata. Non era pietismo, lei non era una che si piangeva addosso. Eppure, ne avrebbe avuto tutte le ragioni. Il suo handicap l’ha segnata per tutta la vita. Deve essere stato durissimo sopportarlo, farsene una ragione. Mi raccontava come suo padre l’abbia voluto mandare alle scuole pubbliche come tutti gli altri ragazzi e questo contro la volontà della madre che temeva per i commenti, l’eventuale scherno dei compagni. Probabilmente, la decisione del padre, nostro nonno, (l’ispetor, per chi lo ha conosciuto), fu una decisione saggia. La Nena, invece di vivere in una situazione protetta, è stata costretta a farsi carico del suo stato, dare un senso e una dignità al suo disagio. E lei lo ha fatto molto bene. Quanti amici, vecchi compagni di scuola, venivano a trovarla, la chiamavano, le scrivevano, anche da adulti. Senza contare le centinaia di allievi dell’ asilo. Lei era riuscita a ritagliarsi simpatia e rispetto anche perché non si è mai tirata indietro: l’asilo, appunto, la Corale, le cene con i coetanei, i viaggi (pochi) a Roma, per l’anno santo o a Lourdes.

Ogni tanto sfogliavamo assieme gli album fotografici. Una cosa mi ha sempre colpito: i bambini dell’asilo al corteo della Lingera. La Mari in mezzo a loro, mascherata pure lei, incurante (forse) degli inevitabili commenti. Ma era il carnevale dei suoi allievi e lei non voleva sottrarsi.

E questo è stato importante: ancora il giorno del funerale, sul sagrato della chiesa, una signora mi ha detto come i suoi figli, all’epoca dell’asilo, non avessero mai fatto commenti sulle condizioni della Mari, non avessero mai chiesto nulla. La Mari era così e non poteva essere altrimenti.  

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In tutto ciò emerge la forza di una donna che non si è mai data per vinta…fino alla fine.  

Quante cantate si facevano in famiglia. Lei era fondamentale anche perché, oltre ad essere molto intonata, conosceva tutte le canzoni da cima a fondo. Amava la vita, ma amava anche gli altri e si faceva amare. E’ stato emozionante vedere con quanta dedizione le assistenti, le infermiere, i medici, i volontari, tutto lo Spitex si sono spesi per lei. Ancora durante gli ultimi giorni, quando ormai la fine era vicina, le “sue ragazze” venivano, anche fuori orario, per confortarla. Poi quando è morta, tutte a salutarla in lacrime.  

Un affetto non sicuramente casuale. Una volta, che come ogni tanto succede nella vita, si è un po’ sottosopra, aveva intuito il mio disagio, la mia sofferenza, mi disse: guardandomi negli occhi, “cosa avrisa dovu faa mì?” Non lo diceva per farsi compatire ma per farti capire che la vita andava vissuta fino in fondo, contro tutto e tutti. Molte persone, che in contesti diversi l’hanno conosciuta bene, me lo hanno confermato: sapeva trovare le parole giuste al momento giusto…e ti spiazzava.

Mi si passi il paragone calcistico: la Nena (la Mari) era come i centrocampisti di un tempo: macinava palloni su palloni per poi lanciarli in avanti ai compagni e mandarli in rete. La voglio ringraziare per i molti gol che mi ha fatto segnare.

Il nipote Paolo

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