DUE MANI NUOVE

di Clemens a Marca

UN PAIO DI MANI NUOVE.
                                                 Una storia vera.

Che dedico al med. Chir. dr Clemente Molo, (dec.2098) a Bellinzona.
Mi salvò le mani da amputazione s i c u r a, grazie alle esperienze vissute durante la 2a guerra mondiale sul fronte russo,  dove si attivò con la Croce-Rossa Interna-zionale (CRI).  Diceva:
     â€ś i congelamenti come i tuoi alle mani erano inevitabili, spessissimo ustionate perchè posate sulle canne-roventi dei fucili, per tentar di scaldarle – come i soldati facevano -.
Venivano  operati dove i militi si trovavano : lungo i binari,sui marciapiedi.
E aggiungeva: Si trasformavano in cancrena. Chi amputava veniva seguito da un Altro con 1 bidone, che raccoglieva le parti da eliminare. In pratica, l`amputazione avve-niva, per non peggiorare la situazione.Altro non era possibile. Dalle retrovie  riceve-vamo poche bende e disinfettante,che sparivano dai vagoni rubati, sequestrati”.
– Ero studente. Quando salendo sulla cima dell Hochstuckli (-Schwyz) subìi un grave  congelamento alle mani. Il barometro  marcava -27° sottozero.
In 3, con le pelli-di-foca salimmo sulla cima.
Inoltre al ritorno, scottature  di 1°.2° e 3°grado. appoggiando le mani  su un calorifero rovente. Ignoravo che col congelamento, si perde la totale sensibilitĂ  degli arti. Non ci si accorge, nemmeno quando gli arti bruciano. Il male impazza dopo! Una ragazza vicina, accortasi della puzza di bruciato, corse scioccata dal suo maestro, che strofinandomi energicamente neve sulle mani, tentò di ripristinare il flusso sanguigno. Con un effetto disastroso!
La pelle si staccava a pezzi. Resta la carne viva. Scesi col solo sci utilizzabile. per il ripido bosco fino a Schwyz, accompagnato dal citato Amico.
Nell`infermerìa, gli sciatori congelati a naso, orecchi, zigomi – erano molti.  
Ero il piĂą grave.  La Suora mi portò una vasca di acqua fredda e ovatta. dicendomi :–  massaggia con le dita (NB. inusabili !) in direzione del cuore – domani viene il medico.” E sparì. I
l dolore divenne tanto forte, che non riconobbi due amici, venuti ad aiutarmi. Le dita si gonfiarono. Divennero gialle e nere sulle punte, come due mazzi di banane. La notte peggiorai. L`effetto è come se ti martellano le dita.
Ogni sedativo è vietato. Al contrario devesi rianimare!  Il medico arrivò la mattina seguente. Ripassò il secondo giorno e bisbigliò alla suora :
                      â€ś morgen im Spital, wird amputiert “

-2-

L`idea di perdere l uso delle mani, mi assillò. L`Amico biaschese, m` infilò giacca e calzoni sopra il pigiama. E fuggìi alla Stazione. Aspettavo mio Fratello per raggiungere  Bodio-TI , dove abitava la mia famiglia. Mio Padre Giuseppe (dec. nel 1963)insisteva di partire subito per l ospedale-Bellinzona.  
Ma la stessa sera crollai, ero sfinito. Non stavoin piedi !
Lo supplicai p.f. di aprirmi la porta della camera.
Ogni ora persa poteva essere fatale e Lui non aprì. Nella follìa del dolore, iniziai a demolirla a calci-e-scarponi. L`aprirono. Cascai sul letto,  in un sopimento o semicoma. La mattina, ebbero difficoltĂ  a svegliarmi.
L`autista N.N. mi portò  al s.Giovanni.
All improvviso mi svegliai. Una ventina di faccie d`angeli vestiti di bianco,  mi osservavano, come per dirmi : “ Benvenuto nell`aldilà…. “. Nessuno apriva bocca.  Panicato mi sollevai e capii :  il dr. Molo aveva convocato, una sezione di infermiere, e spiegava quel che vedevano. Iniziò la degenza.
Seguita da numerosi e dolorosi interventi giornalieri con operazioni, che si pro-trassero per mesi. Sempresenza sedativi. Dulcis in fundo, mi tolsero una dopo l`altra le unghie. Per far si che le nuove cresciessero dritte. Come avvenne.
A parte i dolori, m assillava un.. “tormento”, dipendere in tutto e per tutto dalla suora o infermiera, per es. imboccami, e-o il resto. La professionalità dei medici Molo e Collaboratori ( il dr. U. Kaeppeli, dr.ssa Gianbonini-Roffi, di Bellinzona, dr. Barozzi, idem infermieri) mi regalarono un paio di mani nuove.
Dopo 2 mesi, quando dissero: “domani vai a casa”, capii,  che la felicitĂ  non si compra. Da studente, senza 1 fr. in tasca – ero felice.
Grazie al sostegno morale dei miei  Familiari e Amici, riuscii a superare tutto.
                                           Un aneddoto:
 Dalla finestra della ns camera si vedeva una betulla, vestita di primavera, e
il mio camerata diceva: “ tu vai a casa quando su quella crescono le pere.”                                          
 La Rieducazione. Per riacquistare la normale mobilitĂ  delle dita ci vollero mesi. Le nuove dita erano rigide. Se volevo muovere l`indice, si  muovevano l`anulare, il mignolo ecc.  
                    Sul passo del s.Bernardino – in servizio militare.
 Anni dopo, dovetti dormire nell`–iglou-  da noi scavato nella neve. L`ordine di marcia impartito dall ufficiale era chiaro:  â€ś E`vietato alla truppa portare superalcolici nel sacco…”. Sapevo essere disastroso  eccedere bevendo in tali situazioni. Ma dal vivo avevo imparato,che un parco –schluck- di grappa, e non oltre, agisce scuotendo il metabolismo. Massaggiata sugli arti congelati, neanche la neve da risultati migliori. Dissi al fuciliere Vanzetta Olindo, di Biasca: “ A mia responsabilitĂ , metti 1 bottiglia della tua grappa nel sacco.”
 
La salita fin sul passo s.Bernardino, avvenne con  un tempo da lupi. Conosco quella montagna, per cui mi misero ultimo uomo, in coda alla colonna.
 – La nebbia era talmente fitta, che non potevo perder di vista il penultimo.  Sul passo, scavando l`iglou-, vidi che un fuciliere, si era tolto gli scarponi ; Non ho freddo – diceva!  Capiì la situazione.
Gli feci togliere le calze: era in atto un congelamento. Tolta la grappa dal sacco, a turni gli  massaggiammo i piedi.  Ininterrottamente. Divennero pao-nazzi. Era salvo.
 La mattina dopo, mi chiamò a rapporto il l ufficiale e diede il verdetto :
“ Lei ha infranto ordini del Regol. di Servizio,e la punisco con 5 giorni di arresti. Si presenti dal Col. B. Regli, nel Comando di s.Bernardino.”  
– Malgrado la nebbia, inforcai gli sci e scesi subito dal Colonnello. M`ascoltò- Poi accertate le peripezie esclamò :
“ lei è un caporalaccio ! in caso effettivo un buon combattente. Se ne vada”.  
La guardina mi era stata risparmiata. Quella frase, detta da un autentico montagnard,  ex-combattente in Spagna, m `immise fiducia. Il dr. Molo
 mi aveva licenziato dall Ospedale, con le parole :
– E`stato un miracolo della medicina – ma il tuo carattere col tuo humour,
  hai contribuito .” S
eppur disastrosa, ogni esperienza, presenta lati positivi.

LE  MANI

Nel silente salir verso la cima,
mentre tormenta s`inchioda a galaverna
odo lo schiocco dei bastoni
sotto gli sci la neve che s`incrina.
Confusa tra le nebbie, surreale
d`un tratto appar la vetta
e passo dopo passo s`avvicina.

Dico all`Amico: “è fatta, diamoci sotto ! ”
Un sussulto m`interrompe. Un botto.
In controluce non ho visto un fosso
cado e m`accorgo che uno sci s`è rotto.
L`attacco senza viti reggo in mano:
impreco a piĂą non posso
alla scalogna che m`è cascata addosso.

A trenta sotto zero
 cercar viti ,a mani nude,
nella neve, non serve.
Sei inerme.
Mi strinse la morsa del congelamento.
In quei frangenti  t`assicuro
giuri a te stesso: -tieni duro.-

Dedico questa strofa a chi nottetempo,
 giĂą dal bosco m`ha guidato :
-Gianchi- 1  battistrada invitto
E sugli sci giungemmo a Svitto.

                        Nel dormiveglia dell`infermerìa,
                        tra fitte e incubi uno lo ricordo:
                        -Vedevo staccarsi le mie mani,
                        le dita gialle, gonfie, come cotte 2.
                        Credetti d`essere sull`orlo,
                        quando l`uovo sta per rendere il suo tuorlo.
                         E venne giorno.
 
                         – Rico, Rico 3  fai luce,”
                         pregai il camerata
                        per valutare i danni tutt`attorno.
                        L`Esculapio 4 espresse l`intenzione
                        d`amputarmi  le mani. In serata
                        mi feci vestir di giacca e di calzoni
                        e fuggìi col treno a Meridione.

Vistomi ch`ebbe il dr.Molo al san Giovanni, 5
“ E` tardi, – disse, – non vorrei esser nei tuoi panni;
le mani ad operar m`affretto,
ma a casa se le porti intere, non prometto.
Anche se a Stalingrado
tra gelo e lanciafiamme
ne vidi di piĂą nere. 6

“Ragazzo , or devi credere in te stesso
e in Chi ti vuol guarire,
E aggiunse: “ forse… in Dio,
che dicono, redime.”-
Negli anni a divenire
quando all`alba il sole bacia le pietraie,
con Lui, lo vedo rispuntare tra le cime.
                                                           
                                                     Clemens aMarca, 24.12.63

Legenda :

1) Giancarlo Arigoni, di Biasca un compagno di scalata

2)  la scottatura sopra fa diventar gialle e gonfie le dita, mentre  sotto il congelamente tende a farle diventar nere

3) Rico Joerger, di Coira un camerata nell^infermeria del Collegio.

4) N.N.  medico dell`infermerìa.

5) il dottor med. Clemente Molo, allora primario di chirurgîa al Ospedale san Giovanni, Bellinzona.6) le dita congelate se diventano nere è sintomo di cancrena, = generalmente tardi per salvarle. Bisogna amputare.

   

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